Alta definizione - Aprile 2008
| I ragazzi di Aroldo | ||||||||||||||||
Alessandro Franzetti (Ivrea 1966) Fotografa da sempre, ma nel 2004 l’incontro con il fotografo Ernesto Bazan trasforma il suo interesse in una passione viscerale. Sempre nel 2004 intraprende un lavoro sulle processioni in Sicilia. Nel 2005 con l’aiuto di una Ong si reca in Georgia per realizzare un reportage sui profughi armeni e azzeri che vivono nella periferia di Tbilisi. Nel 2007 sviluppa il lavoro “Orange Crush” ritratti sulla battaglia delle arance del carnevale di Ivrea pubblicato sulla rivista inglese FOTO8. Per info: www.alessandrofranzetti.it |
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| La boxe fa a pugni col ghetto di Gianluca Vittorio Un isola di vita in un mare di abbandono: l’esempio di Aroldo e dei ragazzi della Catania Ring a Librino, dove il pugilato disciplina la violenza e allontana dalla strada. Una piccola galassia di cemento. Alieni dai propri simili e alienati da se stessi, velocemente i corpi sui motorini schizzano, impennano e inchiodano. Al posto delle astronavi gli scooter, tra i blocchi decine di ponti congiungono gli estremi del nulla. Grigi e uguali a mille altri anche i viali dell’antico campo delle lepri-campus leporinum- che non ci sono più, ora il tempo è dei ragazzi con le branchie griffate e il casellario inguaiato. Forse è una gebbia più che un insieme di universi, di sicuro è senza anima nè aria. A Librino, quartiere satellite di Catania, ti arrestano per erba, ma i sogni dei ragazzi si nutrono di cocaina o di eroina, volano sulle ali di gossip patinati e macchine sfreccianti e infine si schiantano sul selciato di Icaro, senza aver mai conosciuto uno spazio di socialità. Non un cinema, non una piscina, una biblioteca, non un campo di calcio. Un consultorio per le donne o uno sportello per disoccupati sarebbero visti con lo stesso stupore di un campo da golf. Però c’è una palestra di boxe. Divide uno spazio comunale con una squadra di pallamano e una scuola di ballo. Il Palanitta è su due livelli. Sopra troneggia il pugilato, con i suoi odori di fasce sudate e di dolore, di paradenti di gomma e di vittoria, di alcool canforato e vaselina per fare scivolare i colpi, di nasi rotti su facce orgogliose. Col suo sapore di sport del popolo, per ragazzi di tutti i pesi e le stature, di tutte le razze e le estrazioni sociali. La palestra è aperta tutti i giorni sabato escluso. Perchè ti devi allenare cinque volte a settimana se vuoi imparare la nobile arte di fare a cazzotti. Aroldo, l’allenatore, è una montagna, di pazienza e di carne. E di amore per i suoi allievi. Ha sempre conciliato l’insegnamento della boxe ai suoi mestieri, prima panificatore, oggi operatore ecologico per un impresa catanese. Soldi dalla boxe non ne ha visti mai, anche organizzare una riunione è un’impresa. Sua moglie è la presidentessa della società pugilistica “Catania Ring”. I ragazzi che ogni giorno offrono anima sudore e corpo al pugilato non provengono solo da Librino; a San Giorgio, Villaggio Sant’Agata e Zia Lisa fanno ritorno ogni sera, con i corpi più asciutti e gli occhi ammaccati e felici, una decina di ragazzi; due o tre di loro già combattono da dilettanti. Non sono certi di essere destinati a vincere, ma sono sicuri di non perdere il proprio tempo per la strada. Tre cose insegna a ognuno di loro il maestro Donini e non le scorderanno mai; primo, dissimula quando vieni colpito, non dare mai a vedere il dolore o la fatica, sennò sei fatto. Secondo: due braccia hai tu e due braccia ha lui. Nulla è insormontabile. Le possibilità sono sempre alla pari, almeno sul ring. Il resto dipende dal cuore, dal cervello e dalla voglia di restare in piedi quando, dopo una bordata mozzafiato, senti le campane e vedi gli uccellini. Terzo, rispetta sempre il tuo avversario, nessuna scorrettezza. I suoi pugili sono come figli, ma se fai la rissa sul ring ti manda subito sotto la doccia. Se lui non c’è non si sale sul ring. Non ha mai insegnato a colpire sporco, il peggior reclamo che riserva ad un arbitro rispetto ad un pugile scarso è “ Quello lo sta ammazzando a jangate”. Nella boxe non si può colpire con l’interno del guantone, che è meno protetto dall’imbottitura. Lo schiaffo è volgare, il pugno è nobile. La sua soddisfazione maggiore è di vedere un pugile in linea, che colpisce pulito, battendo l’avversario sul tempo e sullo stile. A fine giornata i tendini delle mani, dopo aver fatto portare i colpi a tutta la squadra, piangono le lacrime che gli occhi mai regaleranno. Tre degli agonisti ce l’hanno fatta a passare professionisti. Uno è Giacomo Caggegi e viene da Lineri. Ha già vinto i primi due match da pro. Ha un diretto destro devastante,una tecnica esemplare, braccia possenti, collo taurino e il naso all’insù, di quelli che più colpi prendono e più si modellano: “le fisic du role”. Giulio Arena invece è il mancino; longilineo, lineare ed elegante. Prima si allenava in un’altra palestra, sotto la curva dello stadio. Da sei mesi è entrato a far parte della famiglia di Aroldo. Aspetta l’esordio da pro, come Danilo D’Agata, che invece abita a Nesima. Danilo ha ventitrè anni, in palestra entrò a 14 per dimagrire, lo chiamavano Banana per la dinoccolatezza dei movimenti. La ginnastica, fondamentale nella boxe, era un impresa fargliela completare. Gli addominali li fuggiva come la peste. Adesso è una macchina da pugni, con la faccia da angelo e le mani diaboliche. Fino a quando non glie l’hanno detto gli altri che poteva sfondare non ci credeva. Poi ha iniziato a vincere. Memorabile un suo incontro, agli inizi, su un ring montato in agosto alla spiaggia libera numero tre. Lui aveva sedici anni ed un fisico esile e slanciato che non aveva ancora incontrato nessun peso da sollevare. Il suo avversario era pompato come un culturista, aveva dieci anni in più, ed un conto da saldare con un compagno di palestra di Danilo che lo aveva battuto per ferita al sopracciglio ai regionali di Bagheria. Caricava a testa bassa e menava come un fabbro. Danilo colpiva tecnico, leggero e spostava veloce, sotto 40 gradi di inferno catanese. Ballerino contro caprone. I suoi genitori a bordo ring cercavano di mascherare lo shock. All’ultimo gong aveva stravinto ai punti. Da allora è arrivato secondo da medio agli italiani, combattendo anche per la nazionale italiana in Polonia. In Sicilia non aveva più avversari. In oltre 50 incontri da dilettante ha guadagnato dai 25 ai 45 euro che regolarmente finivano in pomate, imparando ad amare lo sport più duro senza interesse pecuniario. A rispettare i sacrifici che impone la vita del pugile. A conciliare lavoro e cazzotti. Da poco è passato professionista. Non sa se guadagnerà grazie al suo sport nè se amerà la sua passione ora che si trasformerà in mestiere. Quando non fa l’ operatore di raccolta differenziata, ama rilassarsi leggendo thriller e adora il net-gaming. Pensa che i pugni al cervello non facciano più male di molte sostanze, legali o illegali, o di quanto non comportino le piogge acide e gli anticrittogamici che ci fanno respirare e mangiare. Sua mamma si è rassegnata a vederlo combattere, diventando la sua prima tifosa. Ma la cosa davvero originale è che Danilo non ha mai litigato in vita sua per la strade della sua città, Catania, dove per uno sguardo, un movimento o un accento di troppo, per una ragazza o per un posteggio, per una freccia non inserita o uno stop non rispettato, si disseppellisce la clava per dare fondo alla brutalità più atavica, e l’unica regola che viene rispettata puntualmente è quella del muro basso che viene sempre scavalcato. Questa è stata la sua vittoria più sorprendente, naturale e incontrovertibile. Fuori dal ring niente cazzotti. Solo sorrisi. Quando si dice che la boxe nobilita l’uomo. |
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